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Le Poesie Pubblicate OGGI

La Forma del Desiderio
Pubblicata il 25/10/2026
Il corpo di Chiara Valle non apparteneva alla sua faccia. Il viso era un’incompiutezza di tratti asimmetrici, segnato sulla guancia sinistra da un’antica cicatrice chimica che le tirava il labbro superiore in un perenne, involontario ghigno di disprezzo. Ma la linea delle sue spalle, la tensione felina delle gambe e la rotondità scultorea del suo torace attiravano lo sguardo di chiunque con una forza quasi magnetica, per poi respingerlo sdegnosamente non appena gli occhi risalivano oltre il collo.
Chiara lavorava come conservatrice e tassidermista presso il Museo di
Anatomia e Tossicologia Veterinaria della facoltà. Passava le sue giornate tra vasche di formaldeide, solventi aromatici e lo scheletro parziale di un cetaceo sospeso al soffitto. Per lei, la carne non era mai stata una dimora per l'anima: era materia da catalogare, stabilizzare, sezionare o lasciar marcire.
Da quattro mesi, la sua routine fisiologica aveva iniziato a tradirla.
Si svegliava la mattina con un costante sapore metallico, di rame ossidato, sulla lingua. Le palpebre le pesavano come piombo e, nella piega morbida del gomito sinistro, spuntavano microscopiche ecchimosi violacee che non ricordava di essersi procurata. Contemporaneamente, una vibrazione d'aria a bassissima frequenza — un ronzio sordo, piazzato esattamente sui 19 Hertz — le provocava improvvisi attacchi di nausea e acufeni lancinanti mentre lavorava al microscopio.
Chiara non prese neppure in considerazione l'ipotesi di una malattia interiore. Prelevò un proprio campione di sangue alle quattro del mattino, mentre il suo corpo era ancora intorpidito da un torpore innaturale, e lo sottopose a una spettrometria di massa nei laboratori del museo.
Il grafico della colonna cromatografica rivelò la verità senza incertezze: Sufentanil. Un anestetico clinico ad altissima potenza e rapida eliminazione. Qualcuno si introduceva nel suo letto e la sedava nel sonno.
Quella stessa sera, installò un fonometro digitale ad alta precisione, occultato all'interno della presa elettrica principale del suo appartamento. L'analisi dello spettro audio isolò una frequenza portante modulata, trasmessa direttamente attraverso i cavi di rame della rete condominiale.
Non c'era un solo parassita a consumare la sua esistenza. Ce n'erano due.
Il primo era Roger. Un anestesista ospedaliero ipocondriaco, invisibile, maniacalmente pulito. Roger non toccava i mobili, non rubava oggetti personali, non lasciava impronte biologiche. Entrava sfruttando la condotta di ventilazione principale dell'edificio, saturava la stanza con un vapore anestetico e poi prelevava campioni con accuratezza chirurgica: un capello con il bulbo intatto, cinque millilitri di siero ematico, il vapore del suo respiro intrappolato in una fiala criogenica.
Roger non voleva possederla nel mondo reale: voleva ricostruire la formula chimica del suo corpo nel suo laboratorio privato.
Il secondo era Sebastian. Un tecnico specializzato nella taratura di protesi acustiche e nella calibrazione di sistemi di isolamento sonoro.
Sebastian non voleva il sangue di Chiara; voleva il suo ritmo nervoso.
Aveva violato la cabina elettrica del palazzo per inviare frequenze capaci di stimolare direttamente il suo sistema limbico, registrando le risposte cardiache di Chiara attraverso microfoni a contatto ad altissima sensibilità, piazzati sui muri perimetrali della stanza da letto.
Roger la riduceva a sostanza chimica. Sebastian la riduceva a una vibrazione sonora. Nessuno dei due sospettava la presenza dell'altro, perché si muovevano su frequenze e dimensioni sensoriali opposte.
Chiara decise che non avrebbe chiesto aiuto. La polizia si sarebbe limitata a recidere i rami, lasciando le radici integre. Un parassita rimosso dall'esterno lascia sempre un vuoto pronto a essere riempito.
Due parassiti spinti a sbranarsi a vicenda avrebbero invece ripulito il campo per sempre.
La strategia di Chiara richiese settimane di meticolosa preparazione.
Per prima cosa, iniziò ad assumere quotidianamente dosi microscopiche e progressive di un alcaloide estratto dai semi di
Tetragonisca, un veleno vegetale ad azione neurotossica conservato nelle teche riservate del museo. Il suo organismo, avvezzo da anni all'inalazione di solventi organici e formaldeide, sviluppò una rara forma di tolleranza. Il veleno si accumulò nei suoi tessuti organici, nella saliva e nei fluidi corporali, trasformando la sua biologia in un'esca mortale per chiunque avesse cercato di analizzarne la composizione.
Poi, decise di rompere l'invisibilità in cui i due uomini si cullavano.
La prima mossa fu contro Roger. Chiara sapeva che l'anestesista la osservava da lontano con un cannocchiale ad alta risoluzione mentre lei camminava nel piazzale del museo prima di tornare a casa.
Un pomeriggio di pioggia battente, Chiara si fermò deliberatamente sotto un lampione spento, sapendo che Roger era appostato dentro la sua vettura a meno di trenta metri. Tirò fuori il telefono, facendo finta di essere terrorizzata, e cominciò a parlare a voce alta, voltandosi continuamente indietro come se avesse avvertito una presenza minacciosa alle sue spalle.
Quella stessa notte, mentre era a letto, mantenne la respirazione controllata, fingendo la paralisi da gas prima ancora che la dose di
Sufentanil facesse pieno effetto. Roger si introdusse dalla finestra del condotto, muovendosi come un fantasma in camice e guanti sterili.
Mentre l'uomo piegava il busto su di lei con la siringa d'acciaio pronta per il prelievo, Chiara aprì gli occhi nel buio. Non urlò. Non si mosse. Si limitò a fissarlo direttamente nelle pupille dilatate dietro la visiera protettiva.
Roger bloccò il respiro, raggelato.
«So chi sei, Roger» mormorò Chiara, con la voce volutamente impastata e tremante per il gas. «E so cosa mi fai quando chiudo gli occhi.»
Roger fece un passo indietro, la mano che stringeva la siringa cominciò a tremare vistosamente. «Tu... dovresti essere incosciente. La saturazione... la saturazione era perfetta...»
«La tua chimica non basta più» rispose Chiara, lasciando che la cicatrice sul suo viso si contrasse nel suo tipico ghigno alterato. «Non sei solo, Roger. C'è un altro uomo. Un uomo che non usa aghi. Sta dentro i miei muri. Sento i suoi passi dentro il cartongesso, sento la sua voce che vibra nelle mie ossa ogni volta che cerco di dormire. Sta prendendo il controllo del mio cuore. Tu mi stordisci, ma lui... lui mi sta riprogrammando.»
Roger serrò i pugni, la rabbia che cominciava a sopraffare la sua proverbiale freddezza clinica. «Un altro? Di che cosa parli? Nessuno può accedere a questa stanza. Questo ambiente è sterile. È il nostro spazio!»
«Lui è ovunque» sussurrò Chiara, voltando il capo sul cuscino con un gesto di pura disperazione teatrale. «Ascolta i muri, Roger. Senti questo ronzio? È lui. Sta registrando il mio sangue mentre tu me lo rubi. Sta ridendo di te, perché credi di essere l'unico proprietario della mia materia.»
Roger respirò affannosamente attraverso il filtro della maschera.
Guardò il muro perimetrale della stanza con uno sguardo imbevuto di un odio feroce e paranoico. «Nessuno tocca il materiale biologico.
Nessuno interferisce con il processo. Troverò questa spazzatura e lo disinfetterò.»
Chiara richiuse gli occhi, lasciando che l'anestesista scivolasse via nella notte con il germe del sospetto ben piantato nel cervello.
La seconda fase richiedeva di colpire Sebastian.
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